ROBERTO GIORDI
Gli amanti di Magritte (2012)
“Gli amanti”, di Magritte, è un quadro del 1928,
anzi è una serie di quadri, surreali, con i protagonisti che tentano una vana
materializzazione della passione impossibilitati da veli che impediscono il
contatto visivo e tattile, passione cui è negata la conoscenza, la profondità,
la curiosa scoperta, il tracciamento di una via. O l’esatto contrario, ché
l’amore conosce vie che si sublimano oltre il visibile, raggiungendo perfezioni
che la materia sensoriale impedirebbe. O ancora, la morte è già qui e noi siamo
già simulacri di esistenze sofferte e allora incontrarsi diventa impossibile.
Roberto Giordi dedica al pittore belga questa opera
seconda, questo catalogo di amori imperfetti, di precarietà cosciente, di
guerra civile non dichiarata, di rifugi incerti e insicuri.
L’album è l’opera matura di un ottimo musicista,
dalla voce importante, con uno standard qualitativo che lascia soddisfatti,
avvinti alle strutture mobili e delicate, malinconiche e ricche di richiami,
catturati dalle atmosfere, concentrati sui testi sempre eccellenti diAlessandro
Hellmann, cantautore a sua volta e scrittore di poetici testi teatrali di
denuncia.
Apre l’album l’omonima canzone, una bella
intuizione armonica di Roberto che firma anche i successivi tre episodi, con il
tappeto pianistico di Stefano Bottiglieri e un bel bridge di archi che ricorda
le fascinose composizioni del Catalano dei film di Ozpetek:Ero cieco e tu /
cieca accanto a me / è l’amore che vede l’invisibile. / Qui si incontrano /
istanti e secoli / fiumi e oceani / e gli amanti di Magritte
Quando parlerò con te è malinconia sudamericana,
con le belle parole: Mi vedi? Sono qui / circondato da due frasi / magre come
dei randagi / curve come girasoli / su di te… su di te… / Quando parlerò con te
/ sarò spalancato a giorno / indifeso nell’inverno / che si sta sciogliendo
intorno… / Quando parlerò con te / non saprò cosa dire.
Tu appartieni a me è un lento struggente, teso
com’è a catturare l’inafferrabile, qualcosa che, si sa, è della stessa sostanza
con cui son fatti i sogni, con la fisarmonica sentimentale e tanghera
dell’ottimoBentivenga: Io lo so che appartieni a me / come il vento alle
rondini / come il fiume ai suoi argini / Io lo so, tu appartieni a me / come
pioggia alle nuvole…
L'inverno di bahia con un flicorno che gocciola
amore, è una bossa movimentata e quasi serena, a prescindere dal testo che
sembra comunque frutto di un pacificato distacco: Oggi sono altrove / guarda
come piove / il colore stinge via / come una fotografia / Non so se mi pensi /
non so se mi manchi / se mi hai detto una bugia / se l’inverno annega anche
Bahia…
Molto bello lo swing lento di Era d’estate, del
maestro Sergio Endrigo, al quale in fondo come tematiche si avvicina tutto
l’album del nostro.
Nella seconda parte dell’opera le composizioni
passano a Rosario di Bella, ottimo autore di colonne sonore e cantautore
conosciuto anche al pubblico del Tenco. Una seconda parte più world, con
sonorità etniche e vocalità aggiunte, ritmiche più complesse e temi ancora più
apocalittici.
Tornano i contatti con Catalano, ne La via del
deserto, con l’intervento esotico della cantante Yasemin Sannino. Atmosfere
sognanti ottenute con un attento uso dell’elettronica, un viaggio come un nuovo
“The nel deserto”, dove ritrovarsi ancora o perdersi definitivamente: Per
trovare te stesso / devi esserti perso / in un giorno qualunque / in un
qualunque deserto…
Barbari è una marcia di invasori, del passato o del
futuro, in una visione apocalittica che ricorda “The road” di Corman McCharty,
in un crescendo ritmico e teso su cui si inserisce un coro diabolico e
inquietante…ma non saranno i barbari, come nella famosa poesia di Kavafis,
proprio la soluzione?
C’era un prato è una ballata vestita di folk
orientale, un ricordo di mondi passati. In questo mondo in rapido disfacimento
la musica è finita è il pezzo senza redenzione, la canzone definitiva sulla
distruzione di cose e sentimenti, ritmiche incalzanti e parole pesanti: Ci sono
medicine / per vivere e morire / compresse per dormire / E paradisi a rate /
carri armati e aiuole / e sangue da lavare / Non c’è segno di vita / non c’è
nessuno in strada / la musica è finita.
Nel bel tango di Gatti Baciami adesso l’unico
rifugio rimane, nella sua incertezza e inaffidabilità, l’amore, in un
microcosmo che lascia fuori l’angoscia quotidiana: Guarda questo abisso d’acqua
contro i vetri / guarda questa ruggine nelle mie mani / siamo impalcature per i
temporali / inchiodati al cielo per le ali / Baciami adesso.
Habibi jesce sole è calda, arabeggiante, positiva
nell’attesa, finalmente senza troppa angoscia, dell’uscita del sole, e senza
forzature mostra come il mediterraneo, mentre per tanti è frontiera di morte e
sfruttamento, resta invece il lago tra terre amiche, simili, e questo la
cultura lo sa, araba o napoletana la parola viaggia sulle stesse onde, gli
stessi legni, le stesse note…
Il testo di Prima dell’alba è tratto dalla
descrizione di Tacito della battaglia di monte Graupio in Scozia, tra legioni
romane e caledoni, una frase che è diventata proposizione obbligata nelle lotte
contro qualsiasi imperialismo. Giordi ce la propone in un evocativo latino,
ecco la traduzione: Rapinatori del mondo, i Romani, dopo aver tutto devastato,
non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se
il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero, tali da non essere saziati
né dall'Oriente né dall'Occidente, sono gli unici che bramano con pari veemenza
di possedere tutto e ricchezze e miseria. Rubare, massacrare, rapinare, questo
essi, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono
di aver portato la pace.
Molto bello l’album di Giordi, ricco di spunti,
carico di segni, di suoni, di parole, capace di lasciarsi ascoltare con grazia
ma anche di procurare, sembra incredibile a dirsi visti i tempi, pensieri
positivi.

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