domenica 9 ottobre 2011

Il Cavallo e la Bicicletta


La fine della guerra ci aveva risvegliate tutte, e difficilmente saremmo tornate alla vita quotidiana, abitudinaria e tranquilla, che aveva preceduto il conflitto. Avevamo intravisto un mondo nuovo, ricco e allegro, e avevamo una voglia matta di vivere, un esagerato bisogno di amare e di sentirci amate, in quel mondo che era diventato di colpo molto, molto più grande. E bello.
A quei tempi eravamo piene di speranze. Ci si cominciava a sposare per amore. Non che prima non ci fosse amore, tutt'altro. Mia nonna aveva sposato il nonno malgrado il parere contrario del padre, aveva resistito alle lusinghe di un partito migliore e alle minacce diventate poi percosse. Alla fine l'aveva spuntata lei, e non s'era mai pentita.
E io, bè io, sognavo tutto il giorno un amore infinito, una storia colma di passione, un coinvolgimento ricco di avventure che vivevo con la mia debordante fantasia onirica ogni notte. Volevo un matrimonio romantico. Coi cavalli, che qui sono da sempre i più belli della regione, forse del mondo. E sognavo di sposarmi in una città felice, lanciata verso un futuro che non poteva che essere meraviglioso, una città dal bel sorriso che, scomparso dal volto della gente per troppo tempo e troppo tribolare, era tornato a invadere ogni incontro, ogni incrocio di sguardi, ogni entusiastico progetto, un sorriso capace di annullare nuove e vecchie convenzioni.
Sognavo un matrimonio con la musica. Tanta musica. Soprattutto.
L'avevo incontrato per la prima volta pochi giorni prima di Carnevale, mentre andavo al lavoro, in bicicletta, in fabbrica. Un frisone robusto e alto al garrese, nero come una notte senza luna mi aveva affiancato al trotto, e lui, l'uomo che avrebbe generato con me tre bei figlioli tutti maschi, da lassù, s'era tolto il berretto e m'aveva salutato. Era bellissimo. Non risposi, abbassai lo sguardo sulla strada e pedalai rapida fino in fabbrica. M'aspettò a fine turno, quel giorno e i successivi. Io continuavo a non rispondere e a filare via a capo basso, col cuore impazzito a comandare il ritmo delle pedalate, certa che se mi fossi fermata mi sarei persa in quello sguardo senza fondo, in quel pozzo dei desideri, e non sarei mai giunta a casa. Non risposi e avrei potuto continuare così a lungo se, a luglio inoltrato, non mi avesse davvero sorpresa.
A quei tempi erano frequentissime le feste con orchestrine e cantate occitane. Lo avevo visto audace e forte sul suo cavallo, lo vidi stavolta suonare, durante una di quelle feste di ballo fatte all'aperto, d'estate, quando qui era tutta campagna, subito attratta dalla sua aria rapita. Cantava antiche ballate di queste terre di passaggio, storie di lotta e di morte, storie di guerre lontane e terribili, storie d'amore. Mi piacque subito. Quelle connessioni istantanee da far girare la testa, quel capirsi senza conoscersi, quelle affinità elettive di cui parlava Goethe. Lui suonava con tutto se stesso, a occhi chiusi, come se quelle note che tirava fuori dalla sua chitarra venissero da un altro mondo, note che richiedevano concentrazione e trasporto per essere trovate, un viaggio in continenti sconosciuti e inesplorati, più grandi di ogni realtà. A sentirle vibrare nell'aria profumata poi quelle note sembrava ti strappassero brani di anima, come un fluido potente e incontrollato che graffiava il cuore riempiendolo di emozioni tutte nuove. Da provare. Funzionava.
Per un attimo, quella sera, aprì gli occhi, e mi guardò. La città brillava poco lontano come una mini galassia di felicità, confusa con la Via Lattea che la sfiorava appena. Era già tutto. Non volevo di più.
Ci videro spesso da allora, caracollare per strada al mattino e alla sera, lui sul suo cavallone nero, io sulla mia robusta e agile bicicletta, il cavallante e l'impiegata. La domenica invece mi portava stretta a se, a cavallo lungo sentieri segnati solo nella sua memoria, alla scoperta di una Montagna che diventava sempre più il paese delle meraviglie, tra scorci panoramici improvvisi e mozzafiato, radure ove regnava il silenzio dei tempi antichi, segni di una natura lenta ma potente, inesorabile, bellissima.
Stesa nel prato dietro casa, a guardare le stelle a mille a mille, fantasticavo sul futuro, su questo amore appena nato, dolce come i biscotti della nonna, caldo come i sorrisi dei bambini finalmente liberi di gridare, e correre, e giocare. E provavo a immaginarmi un futuro diverso.
A quei tempi la città era esplosa economicamente, con mille attività, come se tutta la potenza creativa, compressa da anni di guerra e carestie, avesse trovato le condizioni perfette per diventare atto. La Fabbrica aveva subito portato sicurezza e benessere. Eravamo fortunati. Tutto viaggiava più veloce del pensiero e nessuno si domandava se quel mondo nuovo avesse potuto avere una fine, un giorno, e cosa sarebbe accaduto poi. Erano arrivati i mangiadischi, le macchinette a scontro, e papà mi aveva portato a casa un bel gattone tigrato.
Ma come una Cassandra avrei sempre continuato a chiedermi perché non affiancare da subito, a quelle nuove attività tecnologiche, la promozione di quel patrimonio naturalistico, di quelle tradizioni e mestieri, quella memoria orale che vedevo rapidamente soccombere quasi a sparire in nome di quel Progresso che sembrava inarrestabile. Appena potevo mi rifugiavo sulle colline, lontana dal fragore delle macchine, di nuovo immersa in quel mondo che riconoscevo più mio. Amavo quel mondo quasi incantato, la magia dei laghi e di quello specchio d'acqua, il Coniglio, lago che era stato e ora non era più.
Ho sempre amato le giornate di sole, le passeggiate in bici fino al lago, le chiacchierate con le amiche, le giornate del Carnevale, la sfilata dei tiri, la torta al cioccolato.
Andrea, il mio cavallante, che non voleva scendere da cavallo, come un Buffalo Bill nostrano, me lo disse un giorno: “Meglio restare tra i cavalli, sono più semplici loro, se non vai bene te lo fanno capire, non fingono sorrisi per poi bloccarti il passaggio, non mentono mai.”
Non poteva durare, non per troppo tempo comunque, e un giorno, raccolte le sue cose, mi prese il viso tra le mani e mi disse: ”Lascia stare tutto e vieni via con me, questo mondo non ti appartiene, tu sei diversa”. Non lo seguii, anche sapendo che aveva ragione, non potevo farlo. Lo vidi salire sul suo frisone, guardarmi ancora a lungo con quella richiesta che continuava a tuonarmi nelle orecchie, poi si volse al galoppo. Non l'ho più visto. Ma so che un giorno, placati i rumori, tornerà. Lo so.
A quei tempi, quando non lo conoscevo ancora, era appena finita la guerra, tutto sembrava nuovo, anche la luce del sole, tutto sembrava possibile, a portata di mano,  si sentiva cantare in ogni dove in ogni occasione, ci si trovava nelle aie e in pochi minuti ci si inventava una festa spensierata, ci si scambiavano favori senza calcolo, si pensava in grande. Sembrava quasi di essere diventati centro del mondo, come se da un momento all'altro stesse per accadere, proprio qui, qualcosa di unico e irripetibile, un miracolo che ci avrebbe accompagnati per un lungo periodo di tempo, e noi avevamo l'età giusta per vivere quel momento con l'entusiasmo e la forza della gioventù.
A quei tempi era sempre festa.

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