domenica 13 ottobre 2013

Rebi Rivale - Emergenze (2013)







Rebi Rivale presenta il secondo album, Emergenze, e mi ritrovo rapito, subito conquistato, sin dal primo ascolto. Una rivelazione. Era bello il primo album della friulana, ma qui siamo a una pagina di estrema maturità e grazia compositiva, lo scarto in avanti è notevole, sia musicalmente che nella poetica. Un album che entra di prepotenza tra i migliori dell’anno in corso, con una forza interiore e una sincerità sentita che la rendono fondamentale in questi anni di diritti negati e libertà condizionata. E questo è il tema conduttore di tutte le composizioni della cantautrice, è il nobile filo che lega le mille storie al femminile di un mondo che al genere femminile riserva quasi esclusivamente amarezze e delusioni, esclusioni e prepotenze, quando non di peggio.


Un ritmo ipnotico come l’andare lento di una carovana nel deserto introduce il primo brano, subito una vetta all’inizio di questo viaggio, ad anticipare una messe abbondante, lungo i percorsi più imprevedibili del suo sentire. “Se sarà femmina” tratta con passione grondante lacrime delle troppe libertà indisponibili per chi non ha possibilità di esternare stati e dolori, è amara la riflessione sul futuro senza futuro delle donne, arabe e non solo, visto la recrudescenza di “omicidi di proprietà” nell’italietta contemporanea e il trattamento riservato a una ministra nera. Cambia il registro nella cesura tra le tre fronti in ottonari, la diesi in due esametri e la sirma in settenari (uno ipermetro), il tutto quindi cambiando il metro senza cambiare il ritmo musicale, ma approfittando solo dell’abile e particolare cadenza vocale. Un gran pezzo, che merita citazione: “Prego / per chiedere quel perdono / perché non son nata uomo / vivrei senza alcun castigo / esisto soltanto… / Che io lo voglia o no / di un altro uomo sarò madre / e se sarà femmina / di un altro errore testimone…”

La silenziosa speranza è nei sogni e nelle leggende raccontate attraverso le generazioni, nel linguaggio segreto che incoraggia e auspica, attraverso i secoli, una possibile redenzione. Bello il lavoro di chitarra e violoncello in “Histoire noire”, una danza in dodici ottavi, che nega l’happy end canonico delle favole, svela l’artificiosità e ne capovolge lo sviluppo, marca l’irrimediabile distanza dal reale. L’orrido, nella logica dis-umana, affascina assai di più. “Una favola al contrario / Dove la redenzione è vana / e implorare non serve più a niente”. Contrappunto d’archi per “Se poi rimane”, un valzer il cui ritornello, complici la voce e un indovinato controcanto di fisarmonica, se solo passasse per radio catturerebbe le menti distratte in un battibaleno, tanto è accattivante, caldo e piacevole. Abituati a facili incomprensioni e rapide eclissi sentimentali ci sorprendiamo, impreparati, quando la bellezza e la perfezione ci sfiorano, senza limiti di tempo: “Ho creduto per così tanto / che la felicità fosse un momento / dicevo è pace in mezzo alla guerra / improvviso fulmine che sbatte a terra / Credevo giusto che fosse breve / o si sarebbe offesa d’abitudine / funziona come l’arcobaleno / che si rincorre ma non si può avere / Credevo ovvio durasse un lampo… / E se poi rimane / che nome ha l’eccezione?”Intro sospesa e complessa con gli accenti sui tempi 1, 4 e 7, per “Vuoto a rendere”, drammatica, tutta tesa sugli incroci degli archi, l’elettrica con accenti hard proprio a marcare i passaggi con più cicatrici solitarie. Un brano importante, attualissimo, mai banale: “Vorrei andarmene, posarmi a terra / è un vuoto a rendere / magari prima o poi qualcosa cambia / lasciarmi vuota, rinascere / vorrei rivivere / volare sopra me, guardare giù / lasciarmi qui / posarmi a terra piano, senza rumore / è un vuoto a rendere…”
“Cicatrice” è un brano ispirato alla storia vera di un tentato suicidio da parte della scrittrice Antonella Gatti Bardelli (per Bontempi è uscito “Il cielo capovolto”, suo romanzo autobiografico al riguardo) per troppe voglie e troppi vuoti, per male di vita e vissuti inadeguati: “Perché ogni vaso ha la sua goccia / perché ogni goccia ha il suo colore / e più di qualche gradazione / il rosso a volte un suo sapore / ché sa di ferro questa vita / come di ferro una prigione / alle caviglie le catene / e gli occhi vogliono morire…”

“L’aquilone” è un percorso a richiesta, un gioco sul tema d’amore e le sue infinite letture, disincantato, entusiasmante, deluso e ammaliante: “Mi ha detto / “l’errore è spostare lo sguardo / una disattenzione, un colpo di vento / il filo che sfugge le dita dell’ovvio” / “L’amore” cantava “va fatto volare / e poi va rincorso, seguito a distanza / va scelto nel rischio / e mai perso di vista”. “Il valzer dei veleni” rivela come dietro la beghina di paese che spande veleni a josa ci sia una vittima dello stesso pettegolezzo, delle invidie e gelosie di vicinato, delle sfrenate lingue che creano dove non sanno, vittime e carnefici a vicenda, come un Attione che da cacciatore diventa preda e finisce sbranato dai suoi cani. Una favola cosmica “Stelle per farfalle”, sulla presunzione umana di fronte alle altre creature e all’ambiente manomesso, ed ecco le profonde riflessioni di una farfalla in cattività (l’arrangiamento è curato daEmanuele Bocci, cantautore): “Perché in un’ottica più ampia / che si chiama eternità / saremo punti così piccoli / che sembreremo uguali.” Piano e archi a inquietare intorno all’attuale e urticante tema de “Il debito”, la pedofilia, sui silenzi imbarazzati e sulle assenze ingiustificate. “Musicante” è stata registrata a Catania con l’arrangiamento deiLiberadante, bello l’inserto in siciliano dentro un deandreano pezzo rutilante sulla figura del cantautore, come rivelatore delle distorsioni del reale, come narratore della magia vitale, come colui che ha il compito di gridare al mondo la nudità del re. “Il pupazzo rotto” è un caracollante pezzo sulla differenza di riflessione tra l’essere e la visione altrui, tra le proprie essenze e chi ne vorrebbe alterare gli aromi, fino a sfigurare proprio quella singolarità che ci rende unici. I Luna e Un Quarto arrangiano “Il calesse delle favole”, scritta dal treno sul treno, gli incontri, gli sfioramenti, le consuetudini, le fermate. “Iride” con gli inserti elettronici dell’arrangiamento di Giovanna Dazzi, è un brano sulla meraviglia dell’esistenza, sugli incontri che sembrano preesistere all’incontro, per quell’anomala curvatura di spazio e tempo che rivela coincidenze e sorprese, e si presterebbe anch’esso a essere trasmesso per radio, per una rara magia di melodia e parole, poesia e sonorità che affascinano e non stancano: “Noi che c’eravamo / prima di sapere chi eravamo / prima della mano mia nella tua mano / prima dei tuoi occhi. / E’ come navigare / per cent’anni fianco a fianco / sullo stesso mare e all’improvviso / togliere le vele / e poi guardarsi…”


La ghost track è “Non voglio parlare d’amore”, che inopinatamente lo fa, e lo fa bene, come non riesce chi, a parlare d’amore, è agilmente abituato: “Ho frasi nascoste / trascritte finanche / laddove memoria non può ricordare / qualcuna aspettava da sempre / di averti e poterti vestire / qualcuna è una tunica bianca spogliata / che resta a dormire / Ti osservo, ti rubo, mi incanto / sospirano gli occhi di muto guardare.” L’arrangiamento al piano è diConsuelo Orsingher, che ha costruito intorno alle parole una fitta rete di note sensibili. E io, affascinato da parole d’amore di una canzone che d’amore non è, conquistato ancora, resto rapito e ascolto.


(Alberto Marchetti)


http://www.shiverwebzine.com/2013/10/12/rebi-rivale-emergenze-2013-autoprodotto/






http://www.youtube.com/watch?v=JqujgOo5Arw