martedì 17 settembre 2013



Nella limpida e calda mattinata del 19 luglio 1943, alle ore 11 circa, Roma subì il primo terribile bombardamento da parte delle forze alleate, e iniziò per la città e i suoi abitanti il periodo peggiore del secondo conflitto, con la caduta del governo fascista, l’armistizio, la violenta occupazione militare tedesca, la deportazione degli ebrei, l’orribile strage delle Fosse Ardeatine e, infine, la liberazione. Un anno drammatico che Peppino Bolgia, allora dodicenne, ricorda con immensa commozione perché in quei mesi perse entrambi i genitori, la mamma Cristina falciata dai caccia americani che martoriavano le strade del quartiere di San Lorenzo tra un’ondata e l’altra di quel funesto bombardamento, il papà barbaramente ucciso insieme con altri 334 innocenti nelle cave di pozzolana dell’ardeatino, a marzo del 1944.

Quello che Peppino non sapeva ancora, quando a ottobre fu rinvenuto il corpo del padre riconoscibile solo per l’orologio da ferroviere che gli era stato lasciato nel taschino e per un’agendina telefonica, era che Michele Bolgia, cinquantenne impiegato della Stazione Tiburtina in servizio quasi sempre notturno, era un eroe.
Lo Stato Italiano ne ha riconosciuto valore e potenza solo nel 2010, quando il guardasala è stato insignito della postuma e meritata Medaglia d’Oro al Merito Civile, con la seguente motivazione:
“Ferroviere, in servizio presso la Stazione di Roma-Tiburtina,
durante l’occupazione tedesca contribuì
con l’apertura clandestina dei vagoni piombati
alla fuga e al salvataggio di molti deportati
destinati ai campi di concentramento
e venne successivamente ucciso alle Fosse Ardeatine.
Mirabile esempio di umana solidarietà ed elette virtù civiche,
spinte fino all’estremo sacrificio,
1943-1944,
Roma”
Egli aveva taciuto ai familiari tutti i particolari di quella sua seconda attività notturna, per somma precauzione, e quando i colleghi lo ricordarono a guerra finita e vollero porre una targa ricordo in prossimità del binario 1 della stazione, L’8 settembre del 1946, fu solo allora che i due figli, Peppino e Rosa, scoprirono le straordinarie qualità, l’audacia e l’immensa umanità del ferroviere Michele Bolgia.
Fondamentale in questi ultimi anni è stato il lavoro svolto con passione dal capitano Gerardo Severino, curatore del museo romano della Guardia di Finanza di via… che ha raccolto le informazioni necessarie per scrivere UN ANGELO AL TIBURTINO, libro di valorose memorie che ha contribuito in modo determinante a quella medaglia e a permetterci di scoprire e ricordare quelle coraggiose azioni altrimenti dimenticate.
Viviamo anni di confusa revisione dei fatti, c’è chi si ostina a paragonare partigiani e repubblichini come se essere stati da una parte o dall’altra della barricata fosse stata comune tragedia. Non è così. I cittadini sani di questa nazione, come Michele Boglia, che le circostanze assurde della violenza disumana e dell’odio razziale hanno trasformato in inaspettati eroi sacrificando spesso la propria vita, stanno ancora qui, a vigilare su quel fondamentale confine, oggi reso tanto indefinito, tra ciò che è sempre giusto e quello che non lo è né lo sarà. Mai. Immortali testimoni della verità.
Alberto Marchetti
http://www.youtube.com/watch?v=Hu27ZQhskpU


L’OROLOGIO DEL FERROVIERE

Usciva a sera verso la Stazione
per attaccare alle 21 in punto,
e non gli risultava un’infrazione,
lui, in ritardo, non era mai giunto,
merito del suo Roskopf da taschino,
un orologio di cui si fidava
sin dalla sua assunzione al Tiburtino,
e quello di un secondo non sbagliava.

A luglio la compagna, al Prenestino,
in quel terribile bombardamento,
non tornò a casa, lui prese Peppino
e Rosa, trovò un altro appartamento,
nascose lo sgomento tra i binari,
di notte, alla Stazione Tiburtina,
visibili le stelle, spenti i fari,
coi treni assenti sin quasi a mattina.

La Notte del 18 ottobre c’era
un treno merci sul binario uno,
curioso s’accostò, nell’aria nera
gli giunse, piano, il pianto di un bambino.
Capì, aveva udito degli ebrei
retati al ghetto e negli altri quartieri,
delle violenze dei nazisti e dei
fascisti, vili servi di stranieri.

Si ricordò di un avo di Orbetello
che visto Garibaldi a Talamone
lasciò la madre e il giovane fratello
per aiutarlo a fare una nazione.
Se è il mezzo che giustifica ogni fine
che fine avrebbe fatto quel banbino?
Attento, spaventato e col magone,
riuscì a spiombare proprio quel vagone.

Era un giusto Michele il ferroviere,
di quelli che non ricorda mai nessuno,
e mentre lavorava, certe sere,
tenendo d’occhio quel binario uno,
scopriva un altro treno da trasporto
e piano, senza farsi mai scoprire,
spiombava un carro, risoluto e accorto, 
e i deportati riuscivano a fuggire.

Fu catturato a Piazza Cinquecento
e in carcere conobbe il suo destino,
rese possibile il riconoscimento
un orologio Roskopf nel taschino
di un corpo ritrovato senza testa
alle Fosse Ardeatine, massacrato,
quell’orologio, nell’ora funesta,
quando Michele morì, s’era fermato.